lunedì 1 gennaio 2007

Il Milite Ignoto



Milite Ignoto
di Francesco Magistri – RIVISTA UNUCI

Al Vittoriano riposano i resti di uno sconosciuto soldato, simbolo di tutti coloro, uomini e donne, che, su ogni fronte, contrada e città, per terra, per mare, nell'aria, hanno offerto, nel tempo, la propria esistenza per l'indipendenza, l'onore e la libertà della Patria.
All'indomani della Grande Guerra - il 1° conflitto mondiale - gli Stati che vi avevano partecipato, dall'una e dall'altra parte, convennero di onorare la memoria dei loro soldati morti, elevando un monumento ad uno di essi, rimasto non identificato, che li rappresentasse tutti. L’idea, per verità storica, venne, nel 1920 ad un italiano, il Gen. Giulio Douhet, e si propagò in Europa e fuori con la velocità del lampo: Parigi, Bruxelles, Londra e, via via, altre grandi capitali la raccolsero con entusiasmo.
Per l'Italia fu promulgata un'apposita legge (n. 1075 dell'11 agosto 1921, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale del Regno n. 197 del 20 successivo), che, all'art. 1, disponeva: "Il 4 Novembre 1921, nel terzo compleanno (sic) della Vittoria, alla salma sconosciuta di un soldato caduto in combattimento nella Guerra 1915 - 1918 sarà data, a cura dello Stato, solenne sepoltura in Roma sull'altare della Patria".
E’ da notare, fra parentesi, che ancor più "Altare" divenne poi, proprio per quel sacello sepolcrale, il grandioso monumento al "padre della patria" Vittorio Emanuele II, il Vittoriano, opera di Enrico Chiaradia.
Una speciale commissione, rappresentativa di tutto l'Esercito, venne incaricata di ricercare la salma senza nome. Essa era composta da decorati di Medaglia d'Oro o di Medaglia d'Argento al Valore Militare: un generale, un colonnello, un tenente, un sergente, un caporale e un soldato semplice.
Undici le salme da recuperare, per la successiva scelta di quell'unica, una per ciascuna delle zone che erano state teatro dei più aspri e sanguinosi combattimenti; per la precisione: Rovereto, Dolomiti, Altipiani, Grappa, Montello, Basso Piave, Cadore, Gorizia, Basso Isonzo, San Michele, Castagnevizza fino al mare (qui perché la salma rappresentasse anche i caduti della Marina).
Il lavoro della commissione fu alacre e massacrante, anche per l'estrema minuziosità con cui venne assolto: non una cengia, non un crepaccio, non un anfratto né, ovviamente, alcun cimitero passarono inosservati. A tal proposito, v'è da dire che innumerevoli erano nella vastissima area i piccoli cimiteri di guerra e che molte erano le salme, anche di soldati nemici, ivi appena coperte da un palmo di terra, segnate da una rozza croce o da un semplice legno, privi sovente d'un nome.
Quanto alla scelta, doveva trattarsi di soldati con assoluta certezza italiani, come si sarebbe dovuto rilevare dall'uniforme ancorché lacera, dalle scarpe, dai chiodi, dalle stellette, ecc., ma del tutto prive del benché minimo segno che potesse portare ad una anche remota possibilità di identificazione; tali ad esempio, erano considerate persino le mostrine, indicative del reggimento.
Le undici salme, composte in bare di legno tutte eguali e avvolte nella bandiera tricolore, furono trasportate nella grande antica basilica romana di Aquileia su quattro autocarri militari con scorte armate d'onore. Tutti i Comuni avrebbero voluto che il convoglio passasse per le loro strade, tanto forte era nelle popolazioni - che la guerra aveva maggiormente subito sulle proprie carni - il desiderio di onorare i gloriosi caduti. Molti furono accontentati, sicché il percorso risultò assai allungato. I balconi e le finestre erano addobbati come nelle solennità religiose. Fiumane di popolo, dalle alte valli alla pianura, salutarono, per giorni e notti, i feretri ricoprendoli di fiori intrisi di pianto. Nel silenzio profondo una caratteristica, questa del silenzio, che accompagnerà poi la salma del Milite Ignoto fino a Roma - si udivano di tanto in tanto le note della Canzone del Piave. Il corteo attraversò cosi Trento, Schio, Bassano del Grappa, Udine e Gorizia. Quivi le bare furono fatte sostare otto giorni nella chiesa di sant'Ignazio, mutilata dalla guerra della testa del santo, per favorire il travolgente omaggio popolare. Indi Aquileia. Davanti alla cattedrale, come assediata da una marea di gente, mille fanciulli delle scuole elementari intonano la canzone del Piave. Il tempio è gremito di militari d'ogni arma, grado e specialità a rendere gli onori, tra bandiere, ghirlande, corone e fiori e fiori, espressione d'amore ai Caduti delle fiere genti friuliane.
Le undici bare, avvolte nel tricolore d'Italia con sopra ciascuna l'elmetto cinto da un ramoscello d'alloro, vengono disposte ai lati dell'altare maggiore, sei da una parte, cinque dall'altra. Al centro s'erge un catafalco vuoto, ove andrà lui, il soldato sconosciuto. Segue il pontificale celebrato dall'arcivescovo castrense mons. Bartolomasi, che si conclude con la benedizione delle salme.
Ora il momento è carico di estrema tensione: dovrà essere indicato il feretro nel quale è composta la salma del soldato senza nome, simbolo dei 680.000 morti della guerra vittoriosa e - come dicemmo all'inizio - dei tantissimi altri soldati e cittadini caduti prima e che, poi, si sarebbero immolati per la Patria. Poco discosto dalle bare, sosta, vestito a lutto, un gruppo di madri di caduti. Sarà una di esse la prescelta per l'atto solenne. Si chiama Maria Bergamas, è triestina ed è mamma di Antonio, un giovane che, irredento, ha disertato dall'esercito austriaco, si è arruolato in quello italiano ed è morto senza lasciar traccia di sé. Questa donna, struggente figura di "mater dolorosa", accompagnata e anche sorretta da quattro ufficiali decorati di Medaglia d'Oro al Valor Militare, passa davanti ai feretri, fissandoli uno ad uno; dopo l'ultimo, torna sui suoi passi incerti e, quasi una voce interna le mormori "è qui il tuo figliolo!", cade in ginocchio, piangente, ai piedi della decima bara e su di essa, dopo un segno di croce, lascia cadere il nero velo che le copriva il capo: è, e sarà, quella salma, il MILITE IGNOTO.
La bara viene posta sul catafalco centrale. Vibrano nel tempio le note della canzone del Piave, cui fa eco il suono delle campane.
Mentre gli altri dieci feretri vengono traslati nel cimitero di Aquileia per esservi sepolti (accanto ad essi riposerà un giorno anche Maria Bergamas), il popolo sfila per ore e ore davanti al soldato sconosciuto.
Posto su un affusto di cannone ed issato sul primo vagone di un treno speciale giunto da Trieste, il feretro inizia il suo viaggio alla volta di Roma. Sugli altri vagoni vengono sistemati i fiori, le ghirlande e le corone, che, man mano che il treno avanza, diventeranno una montagna.
Il viaggio è trionfale. Una ininterrotta catena umana saluta genuflessa e in lacrime il soldato senza nome. In prima fila sono sempre le madri e le vedove di guerra, molte con i figlioli in braccio o per mano, che lanciano verso quel Soldato, nel pianto, baci e fiori. Si assiepa, questa folla, tra cui tante e tante persone venute da paesi anche molto lontani dalle stazioni, ai lati del binario, in muta preghiera.
S'era nel fine Ottobre del 1921. Era, l'Italia dell'epoca, percorsa da lotte politiche via via sempre più ardenti. Pure, quella salma, che attraversò mezza Italia e, idealmente, l'intero paese, produsse un inatteso prodigio. Intorno ad essa gli animi si placarono come per incanto e gli italiani si sentirono per più giorni fratelli, accomunati in un unico palpito d'amore e di commozione.
La prima grande città ad accogliere il Milite Ignoto fu Venezia. Vi giunse di notte. Una folla sterminata aveva atteso per ore quell'arrivo sui ponti e sulle imbarcazioni. Solo dopo che il Cardinal patriarca ebbe benedetto il feretro, si permise alla popolazione di rendergli omaggio.
Il treno riparte. Per Mestre e Padova, ovunque salutata da folle ginocchioni e mute, la bara giunge nella stazione di Bologna.
La folla radunatasi è strabocchevole. Altre corone, altre ghirlande, fasci di fiori si aggiungono a quelli che sovraccaricano i vagoni, sicché si deve far posto a questi ultimi e smistare gli altri nei vari cimiteri.
Ed ecco Firenze: altre scene di travolgente commozione popolare. E, ancora, fiori e fiori. Man mano che il treno avanza verso la capitale, le folle si fanno ancor più serrate, con madri e vedove di caduti sempre davanti a tutti.
Infine, Roma. Qui attendono il Re Vittorio Emanuele III, la Regina Elena e le più alte cariche dello Stato, del Parlamento e del Governo. Una fiumana di folla ribolle oltre la stazione Termini. Formazioni in armi rendono gli onori al glorioso feretro che viene trasportato nella basilica di Santa Maria degli Angeli per il solenne ufficio funebre, al termine del quale è concesso al popolo romano di sfilare davanti alla bara: una silenziosa, interminabile sfilata, rotta di tanto in tanto da singulti di pianto. Per più giorni e notti dura quest'omaggio al soldato senza nome.
Nel frattempo, al Vittoriano sono state collocate mille e cinquecento corone giunte da altrettante città d'Italia. In Piazza Venezia sono schierate le truppe del presidio e ben 335 bandiere dei reggimenti che hanno partecipato alla guerra.
Il corteo, che lentamente procede lungo Via Nazionale, è solenne, di grandiosità storica. Una folla strabocchevole preme pericolosamente contro le transenne, al di qua delle quali ininterrotte file di soldati rendono gli onori delle armi. Dalle finestre e dai balconi affollati cade sul Milite Ignoto una continua pioggia di fiori, mentre si rincorrono, struggenti, le note della canzone del Piave intonata dalle bande militari.
Ed ecco Piazza Venezia gremita all'inverosimile. Ora il feretro, tolto dall'affusto di cannone e portato a spalla da Medaglie d'Oro al V.M., ascende la scalea e sosta davanti al sacello aperto sotto la statua della dea Roma. Sono le ore 10 del 4 Novembre 1921, terzo anniversario della vittoria. Dal Gianicolo e da Monte Mario tuonano salve di cannone e dalle chiese dell'Urbe e da quelle di tutta Italia le campane suonano a stormo. E l'ultimo saluto della Patria al suo eroe senza nome. Dopo il rito della sepoltura, viene letta la motivazione della Medaglia d'Oro al V.M. concessagli alla memoria: "Degno figlio d'una stirpe prode e di una millenaria civiltà, resistette inflessibile nelle trincee più contese, prodigò il suo coraggio nelle più cruenti battaglie e cadde combattendo, senz'altro premio sperare che la vittoria e la grandezza della Patria".
Dopo che il Re stesso ha inchiodato sul coperchio della bara la Medaglia con un martello d'oro, la lastra, ad inumazione ultimata, chiude il sacello. Su di essa, in latino, per sempre, la scritta "IGNOTO MILITI", al Soldato Ignoto.
Per concludere: alcuni anni dopo, veniva fatta sostare, per l'omaggio dell'Italia, davanti alla tomba dell'umile sconosciuto soldato la salma del suo comandante in capo, il vincitore della guerra, Armando Diaz, Duca della Vittoria, prima di essere traslata, per la sepoltura definitiva, nella basilica di Santa Maria degli Angeli.
Fin da quel 4 Novembre 1921 ai lati del sacelo monta ininterrottamente una guardia d'onore.